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Data Center & Green IT

PUE: il numero che dice quanto consuma davvero il tuo data center

Un indicatore nato nel 2007 separa ancora oggi i data center gestiti da quelli subiti. Cos'è il PUE, come si misura senza strumenti costosi, dove inganna — e cosa dice l'esperienza di un data center green vero.

C'è un numero che racconta di un data center più di qualunque brochure: quanta dell'energia che entra nell'edificio arriva davvero ai sistemi IT, e quanta invece si perde per strada — raffrescamento, conversioni elettriche, illuminazione. Quel numero si chiama PUE, e vale la pena capirlo bene anche se il tuo «data center» è una sala CED con tre rack.

Cos'è il PUE, in una riga

Il PUE (Power Usage Effectiveness) è la metrica proposta nel 2007 da The Green Grid, il consorzio internazionale per l'efficienza delle infrastrutture IT. La definizione sta in una divisione:

PUE = energia totale assorbita dalla struttura / energia assorbita dai sistemi IT

Il valore ideale è 1,0: tutta l'energia va all'IT, zero perdite. Un PUE di 2,0 significa che per ogni watt consumato da server, storage e rete, un altro watt intero se ne va in «contorno» — soprattutto raffrescamento. Più il numero si avvicina a 1, più la struttura è efficiente.

Quanto consuma il mondo

Le rilevazioni annuali dell'Uptime Institute — il riferimento di settore per queste indagini — raccontano una storia in due tempi: un grande miglioramento nei primi anni della metrica, quando le pratiche di base si sono diffuse, e poi una media mondiale ferma intorno a 1,5–1,6 ormai da parecchi anni. Tradotto: il data center «medio» spreca ancora circa un terzo dell'energia che consuma.

E questa è la media dei data center che si misurano. Le sale server piccole e non presidiate — condizionatore domestico, nessun contenimento dei flussi d'aria, nessun contatore dedicato — stanno tipicamente sopra il 2: per ogni euro di elettricità che lavora, un altro euro evapora.

Misurarlo senza spendere (quasi) nulla

La buona notizia: per iniziare non serve un sistema DCIM. Servono due numeri, presi nello stesso periodo:

  • l'energia totale della sala o dell'edificio — dal contatore o dalla bolletta, se la sala ha una fornitura distinguibile;
  • l'energia dei sistemi IT — la lettura in uscita dell'UPS è spesso il punto più comodo, oppure una pinza amperometrica sui quadri che alimentano i rack.

Un campionamento mensile è già sufficiente per vedere la stagionalità (il raffrescamento d'estate si sente) e per dare un numero alla direzione. La versione «adulta» — misura continua, allarmi, trend — arriva dopo, con la strumentazione integrata nel monitoraggio: prima viene l'abitudine di misurare, poi lo strumento.

I primi interventi sono i più redditizi

È la stessa logica che il Data Center Maturity Model mette nero su bianco: i salti dai livelli bassi si fanno in gran parte con interventi a basso costo, e sono quelli che rendono di più.

  • Gestione dei flussi d'aria: separare aria calda e fredda (corridoi, pannelli ciechi nei rack, sigillatura dei passaggi cavi) — spesso il singolo intervento con il miglior rapporto costo/beneficio;
  • Set-point più onesti: molte sale sono tenute più fredde del necessario; alzare la temperatura di esercizio entro i range previsti dai costruttori riduce il lavoro del raffrescamento;
  • Free cooling: usare l'aria esterna quando le condizioni lo permettono, invece di produrre freddo meccanicamente;
  • Consolidare e spegnere: virtualizzazione, deduplica, dismissione dei sistemi «zombie» — ogni watt IT eliminato ne risparmia altri a cascata sul contorno.

Dove il PUE inganna

Il PUE misura l'efficienza della struttura, non dell'IT. Qui nasce il suo paradosso: se consolidi i server e dimezzi il consumo IT, il denominatore scende e il PUE… peggiora, anche se stai consumando meno in assoluto. Un PUE eccellente può convivere con centinaia di server che lavorano al 10%.

Per questo il PUE va letto insieme alle metriche sorelle — CUE per l'impronta carbonica, WUE per quella idrica, ERF per il riuso del calore — e dentro una griglia più ampia che guardi anche l'utilizzo reale di compute, storage e rete. È esattamente ciò che fa il DCMM: il PUE è il termometro, non la diagnosi.

La prova su una scala non-hyperscaler

Che questi principi funzionino anche fuori dai giganti lo abbiamo verificato su noi stessi. Il data center green da cui eroghiamo i servizi è progettato attorno all'efficienza fin dall'involucro: struttura in legno a bassa trasmittanza, bassa densità, esercizio ad alta temperatura (~28 °C), free cooling con soli moti convettivi in inverno — e un'alimentazione 100% da fonti rinnovabili, documentata con Garanzie di Origine ed emissioni Scope 2 pari a zero (i certificati sono pubblici e scaricabili).

Il punto non è il primato: è che misurare, progettare sul dato e migliorare per passi funziona a qualunque scala — dalla sala con tre rack in su. Il racconto completo del nostro approccio è nella pagina impegno per l'ambiente; se vuoi dare un numero alla tua infrastruttura, partiamo da lì.

Fonti e riferimenti: The Green Grid (definizione del PUE, 2007; Data Center Maturity Model, 2011); Uptime Institute, Global Data Center Survey (rilevazioni annuali sul PUE medio di settore).

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Redazione Lympha

Gli articoli di questo blog nascono dall'esperienza sul campo delle nostre Business Unit e dei Centri di Competenza: chi scrive è chi progetta, gestisce e supporta ogni giorno i sistemi di cui parliamo. I contenuti hanno scopo informativo e fotografano lo stato dell'arte alla data di pubblicazione.

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